Intervista a Chechi Savoia: “La pensitudine non si vede”

Di Patrizio Cossa - Traduzione Francesca Ciaralli

Chechi Savoia sta facendo innamorare tutti i nostri studenti con i suoi corsi, stage, allenamenti liberi. Ma chi è Chechi? In questa intervista di Patrizio Cossa e tradotta da Francesca Ciaralli conosceremo un po’ di più questa frizzante argentina che ai suoi studenti lascia sempre qualcosa di unico. 

Come hai iniziato a improvvisare?

Era il 1993/1994. Stavo frequentando il corso di Recitazione nel Conservatorio Nazionale di Arte Drammatica. Stavo andando alle prove ma ero in ritardo. Non sapevo in quale aula fossero i miei compagni, quindi per trovarli iniziai ad aprire tutte le porte della Scuola. E proprio aprendo una di quelle porte la mia vita cambiò per sempre: c’era gente che gridava, rideva, tanta energia… e una persona con un fischietto che non la smetteva di suonare. Era un misto di pazzi e bambini. Rimasi scioccata e, proprio quando stavo per richiudere la porta, una ragazza che conoscevo mi disse “Chechi, unisciti alla lezione. Stiamo facendo un Match di Improvvisazione”. E da allora, da quando avevo 20 anni, non ho più chiuso quella porta.

Cosa ti ha spinto a continuare e a fare dell’improvvisazione teatrale il tuo lavoro?

Con il passare del tempo, ho scoperto che l’improvvisazione non mi serviva soltanto sul palco, come attrice. Mi rendeva (e mi rende) felice, viva, attiva, connessa con il mio corpo e se trovi qualcosa che ti fa sentire così, come fai a non continuare? Tutto è proseguito passo dopo passo. C’è stato un momento in cui non cercavo più lavori come segretaria, amministratrice o venditrice: mi sono detta SONO UN’ATTRICE DI IMPROVVISAZIONE, devo stare in un teatro, in una compagnia, circondata dai miei simili. Dopo essere riuscita a focalizzare la mia energia su questa consapevolezza, è successo tutto quanto. Ci sono stati, ovviamente, anni di paure e frustrazioni (non essere scelta in un casting, non guadagnare soldi, produrre opere disastrose) ma chi non rischia non vince e devo dire che il mio compagno di vita, mio marito, il padre dei miei figli, il mio fidanzato e il mio complice, è stato un sostegno emotivo ed economico non indifferente, che mi ha sempre aiutato a non darmi per vinta.

Come procede l’improvvisazione in Argentina?

Da qualche anno c’è una specie di furore intorno all’improvvisazione: corsi, workshop intensivi, incontri, festival e un gran numero di gruppi (che possono durare anni o mesi…). E’ facile trovare posti dove improvvisare, spazi teatrali che includono nella loro programmazione di Teatro di Testo (ohhhhhh…) anche workshop o corsi annuali di Improvvisazione Teatrale. Da un pò di tempo siamo riusciti a far capire alla gente che l’Improvvisazione Teatrale non è Stand Up, che non significa soltanto far ridere e che non è meno profonda o importante del Teatro. Ricordo che negli anni 90, quando giocavamo i Match nel Centro Cultural Ricardo Rojas, eravamo un gruppetto di ventenni che si univano per giocare e sfidarsi e la gente ci guardava senza molta coscienza di COSA FOSSE quello che stavamo facendo. Eravamo pieni di energia e divertimento. Ecco: spero che continueremo a progredire anche sotto l’aspetto della qualità, non soltanto della quantità.

Cosa pensi della realtà improvvisativa europea? E di quella italiana?

Ogni paese ha un suo modo di giocare, un modo di stare in scena, uno humor particolare, un “come” e un “cosa” raccontare. Si basa tutto sulla cultura, sulla società di un paese. Quando partecipi a un festival ti rendi conto di tutta quella diversità ed è proprio allora che nasce la magia di giocare tutti insieme, con una lingua diversa ma connessi dallo stesso linguaggio: il linguaggio del corpo. Ci sono paesi più mentali, altri più orali, dove la parola viene prima. Italia, per me, è sinonimo di movimento, espressività corporale e gioco dinamico. (E non lo dico perché voglio tornare).

Qual è la cosa più importante che serve per improvvisare?

LA LIBERTÀ. ESSERE LIBERI. Proprio così: lo scrivo a lettere maiuscole. Se non ti permetti di giocare, di sbagliare, di non pianificare, di accettare la tua creatività e le tue idee, improvvisare può essere una tortura. E non soltanto nell’ambito artistico. Avere tutto sotto controllo, non fare le cose per paura o trovare delle scuse per non farle, trasformano la tua vita in una prigione e trasformano te in un prigioniero.

Come docente, cosa ti piacerebbe trovare in un allievo? E come allieva… cosa ti aspetti dai docenti?

“Sii il docente che ti sarebbe piaciuto avere”. Questo è il mio motto. Tutto è possibile se uno è aperto al cambiamento, ad uscire dalla sua zona di confort, a rischiare. Questo tipo di allievo mi affascina, genera in me un senso di sfida come docente. Quell’allievo che ha tutte le normali paure e i dubbi, ma che ha voglia di giocare. Se c’è un allievo che non si permette di sbagliare, che si scusa costantemente, che non prova piacere durante la lezione, preferisco essere sincera e chiedergli di domandarsi perché vuole fare improvvisazione. A volte tornano, a volte no…

Come allieva sono abbastanza esigente. Quando partecipo a un corso, la mia analisi finale è molto semplice: per sapere com’è stato, se posso raccomandarlo o se lo rifarei, la domanda che mi pongo è: “Sono uscita fuori uguale a come sono entrata? Ho guadagnato degli strumenti nuovi? Sono stata intrattenuta (non mi chiedo solo se mi sono divertita)?” La cosa che apprezzo di più è il rispetto del mio tempo e della mia esperienza.

In quale aspetto dell’improvvisazione ti sentí più forte? E in quale più debole?

La varietà dei personaggi che costruisco, la facilità che ho di giocare senza vergogna e l’accettazione: forse sono questi i miei punti forti. Invece faccio molta difficoltà a ricordare tutto ciò che accade mentre improvviso, perché non ho una buona memoria. Dovrei usare un’agendina mentre improvviso!!!

Quale è l’insegnamento più importante che ti ha dato l’improvvisazione?

L’ascolto. Ascoltare veramente l’altro. E non solo le parole: il corpo parla ed è molto più sincero. E se sono sola, mi ha insegnato ad ascoltarmi. Se usassi quel tipo di ascolto in tutti gli aspetti della mia vita, sicuramente commetterei meno errori.

C’è un obiettivo, un sogno che nell’improvvisazione ancora non hai potuto raggiungere?

No, non c’è niente di concreto, non desidero niente di particolare. Vado avanti usando l’intuizione e la passione, e quello che arriva mi sorprende sempre e mi da la soddisfazione di aver raggiunto un obiettivo senza essere cosciente di averlo.

C’è stato un momento, un personaggio che hai interpretato o uno spettacolo che ricordi meglio e non potrai mai dimenticare?

Come docente e regista, mi meraviglia sempre il momento in cui ciò che viene pensato, ideato e pianificato, prende vita. Mi emoziono quando vedo tra gli alunni degli sguardi complici, dove la riconoscenza e l’orgoglio sono mutui. I miei allievi e i miei personaggi sono come figli per me, non posso sceglierne uno soltanto. Come attrice, ricordo con amore Sonia Dora (gioco di parole), il personaggio di una commedia che ho portato in scena per due anni con una compagnia meravigliosa. Da quando arrivavo nel camerino fino a quando tornavo a casa era tutto un turbine di felicità e adrenalina. Cantavo e recitavo e, anche se era uno spettacolo di testo, ci sorprendevamo spesso e senza perdere il filo conduttore. Come improvvisatrice, mi innamoro facilmente dei miei personaggi. Sono poligama!!!! E mi piace moltissimo giocare il Match. Forse è stato lui il mio primo amore?

Lascia un consiglio agli improvvisatori italiani

Dal libro della Saggezza dell’Improvvisazione: “Cosa faresti se sapessi già di non sbagliare mai?” Dal mio libro (mai pubblicato): La pensitudine non si vede.

By | 2018-03-01T14:04:57+00:00 marzo 1st, 2018|Assetto +|Commenti disabilitati su Intervista a Chechi Savoia: “La pensitudine non si vede”